In questa tavola cercheremo di
spiegare cosa si intenda per perfezione e quale sia il suo rapporto con la
manifestazione e con l’Assoluto.
Il termine “perfetto”, derivato dal participio passato
del verbo latino perficere, secondo
il dizionario Treccani significa “condotto a termine, portato a compimento,
concluso”; relazione analoga, ossia fra ciò che è perfetto e ciò che è finito,
si ritrova anche nel greco antico. In quanto aggettivo, perfetto significa “compiuto
in tutte le sue parti, completo di tutti gli elementi caratteristici e
necessari, giunto al punto estremo del suo sviluppo”. Un passo di Guénon può
aiutarci a fare alcune riflessioni utili ai nostri fini: “l'opera la quale, coscientemente o incoscientemente, deriva chiaramente
dalla natura di colui che la eseguisce, non darà mai l'impressione di uno
sforzo più o meno penoso, comportante sempre qualche imperfezione perché
anormale; al contrario, essa trarrà la sua stessa perfezione dalla propria
conformità con la natura, ciò che implica il suo esatto adattamento al fine cui
è destinata[1]”.
Per Guénon, dunque, perfetto è
“ciò che realizza in tutto la sua vera natura”. Vale la pena notare inoltre
come l’adattamento (esteriore) al fine cui si è destinati sia fase preliminare
e indispensabile del lavoro iniz\.
mercoledì 14 gennaio 2015
venerdì 6 giugno 2014
Il Mistero di Dante
Lo scorso 14 febbraio, per San
Valentino, è uscito in Italia in piccole sale cinematografiche un
film italiano, dal budget limitato, e che purtuttavia nel cast
annovera tra gli altri un premio oscar.
Titolo e data di uscita nelle sale non
nascondono l'oggetto del film, Dante e i Fedeli d'Amore.
Per quanto il film tenda ad assomigliare più ad un documentario, ci pare un caso più unico che raro nel suo genere.
Per quanto il film tenda ad assomigliare più ad un documentario, ci pare un caso più unico che raro nel suo genere.
Non è certo l'unico film/documentario
in cui si parli di Dante, o di esoterismo, o di massoneria, o di
tassawuf (volgarmente conosciuto come sufismo). Forse però è il
primo in cui si nominano queste realtà collegandole fra loro, senza
nascondere che per affrontare il tema è stato sfruttato, o almeno
questo sembra essere il tentativo di Louis Nero, quanto René Guénon
ha chiarito con la sua opera.
Ecco, forse è la prima volta che sul grande schermo si sente nominare, e a più riprese, René Guénon.
Anzi....., se ogni recensione che abbiamo trovato sul film asserisce che Murray Abraham interpreti un alter-ego di Dante, a noi sembra invece che la sua funzione sia quella di interpretare proprio René Guénon. (Un dettaglio che gli ignari critici preoccupati di disquisire sulla qualità del montaggio non hanno colto, è che mentre “l'alter-ego” legge ciò che in contemporanea scrive, non si tratta affatto di Dante, ma di René Guénon ne “L'esoterismo di Dante”. Le prime parole di Murray sono proprio l'incipit dell'opera di Guénon, e la totalità delle sue asserzioni sembra una parafrasi di qualcosa già letto nei libri di Guénon più che in quelli di Dante (per quanto essi possano coincidere nella sostanza). L'arredamento della stanza e l'abito di Murray, a nostro avviso avvalorano tale tesi, e ricordano molto certe foto dello Sheik Abd'l Wahid Yahya.
Ecco, forse è la prima volta che sul grande schermo si sente nominare, e a più riprese, René Guénon.
Anzi....., se ogni recensione che abbiamo trovato sul film asserisce che Murray Abraham interpreti un alter-ego di Dante, a noi sembra invece che la sua funzione sia quella di interpretare proprio René Guénon. (Un dettaglio che gli ignari critici preoccupati di disquisire sulla qualità del montaggio non hanno colto, è che mentre “l'alter-ego” legge ciò che in contemporanea scrive, non si tratta affatto di Dante, ma di René Guénon ne “L'esoterismo di Dante”. Le prime parole di Murray sono proprio l'incipit dell'opera di Guénon, e la totalità delle sue asserzioni sembra una parafrasi di qualcosa già letto nei libri di Guénon più che in quelli di Dante (per quanto essi possano coincidere nella sostanza). L'arredamento della stanza e l'abito di Murray, a nostro avviso avvalorano tale tesi, e ricordano molto certe foto dello Sheik Abd'l Wahid Yahya.
Certo la selezione degli intervistati
lascerebbe pensare che amplissimi margini siano lasciati all'errore,
e che dunque Dante e Guénon non avrebbero affatto apprezzato più di
una affermazione. Ma daltronde quale altro cast di personaggi più o
meno noti (almeno in Italia) avrebbe potuto fare di meglio? Peraltro
malgrado certi svarioni, alcuni veramente gravi, ci sembra che nel
complesso l'opera possa riuscire nell'intento oltre ogni
aspettativa.
Offre infatti, attraverso la voce di svariati personaggi innumerevoli spunti di riflessione, che se lasceranno, come è giusto che sia, del tutto indifferenti i più, potrebbero invece risvegliare in qualcuno qualificato l'interesse ad approfondire e separare il grano dal loglio. E scoprire realtà altrimenti inimmaginabili.
Perdipiù, in svariati ambienti e media, è comune sentire citazioni attribuite a René Guénon del tutto false o falsate, con l'intento solitamente di sfruttare l'autorità di Guénon certi che il proprio pubblico ne abbia sentito parlare e ne abbia una certa reverenza, senza però averne mai letto o tentato di comprendere neanche uno dei testi da lui scritti. O peggio spesso l'intento, e comunque il risultato finale di false citazioni è quello di screditare il lavoro René Guénon, agli occhi di chi, approfondendolo senza intermediari, potrebbe ottenerne importanti chiarificazioni. Al contrario nel film non abbiamo notato tali false attribuzioni, e quando Guénon viene citato espressamente non gli vengono attribuite affermazioni a lui distanti.
Offre infatti, attraverso la voce di svariati personaggi innumerevoli spunti di riflessione, che se lasceranno, come è giusto che sia, del tutto indifferenti i più, potrebbero invece risvegliare in qualcuno qualificato l'interesse ad approfondire e separare il grano dal loglio. E scoprire realtà altrimenti inimmaginabili.
Perdipiù, in svariati ambienti e media, è comune sentire citazioni attribuite a René Guénon del tutto false o falsate, con l'intento solitamente di sfruttare l'autorità di Guénon certi che il proprio pubblico ne abbia sentito parlare e ne abbia una certa reverenza, senza però averne mai letto o tentato di comprendere neanche uno dei testi da lui scritti. O peggio spesso l'intento, e comunque il risultato finale di false citazioni è quello di screditare il lavoro René Guénon, agli occhi di chi, approfondendolo senza intermediari, potrebbe ottenerne importanti chiarificazioni. Al contrario nel film non abbiamo notato tali false attribuzioni, e quando Guénon viene citato espressamente non gli vengono attribuite affermazioni a lui distanti.
Per adesso lasciamo che ognuno si veda
il film o (meglio) si studi l'opera di Guénon per approfondire,
proveremo ad approfondire successivamente...
A.H.
giovedì 5 giugno 2014
La Caverna Iniziatica (parte 7)
Prendendo
lo stato umano come il piano di riferimento che taglia in due questa
retta, la sua metà superiore è rappresentata in L
dal filo a piombo; questo si proietta come un punto sul pavimento a
scacchi, simbolo della dualità che caratterizza l’esistenza umana;
il filo a piombo cade dunque al centro del piano umano, situato in
questo caso sul quadro di loggia..
L’accostamento
tra caverna e cuore a cui si è già accennato ci spinge a cercare
altre corrispondenze all’interno del rituale: il grado di compagno
in effetti sembra presentare simboli specifici; si pensi ad esempio
al suo stare all’ordine con una mano sul cuore. Se la consegna
dell’apprendista era di imparare a mantenere il silenzio, al fine
di imparare a eliminare le parti in eccesso del proprio carattere,
per il compagno il lavoro si fa più raffinato; egli deve levigare a
perfezione la pietra, con lo stesso fine descritto all’inizio del
Mathnawi di Rumi: “Sai perché lo specchio della tua anima non
riflette più nulla? Perché dalla sua superficie non è stata tolta
la ruggine” Vediamo dunque accostato il simbolo della levigatura
della superficie e il simbolo luminoso, rappresentato nel grado di
Compagno dalla stella fiammeggiante con la lettera G al suo centro.
La
lettera G entro la stella fiammeggiante, al cui centro si trova
questo punto, sembra quasi ricordare allora un cerchio non chiuso, un
movimento a spirale che va a convergere sul punto. E lo stesso
movimento a spirale è suggerito dal fatto che la sequenza generata
di pentagoni e di stelle ruota di 180° a ogni iterazione.
Tale
considerazione, basata sull’aspetto grafico della lettera G, sia
presa con la dovuta prudenza se, come afferma Guénon, essa è in
realtà derivata dallo iod
del tetragramma ebraico, trasformato per l’assonanza con il termine
inglese God. Ma anche in questo caso, lo iod
è simbolo del centro in quanto iniziale del nome divino; il simbolo
si fa anzi più preciso. Tornando al nostro discorso iniziale, la
lettera G rappresenta il punto con cui l’iniziato, nel centro della
caverna, si identificherà. In esso la luce scenderà quando la
pietra sarà ben levigata, e da esso la luce scaturisce: è una luce
che per il cosmo sembrerà avere origine in se stessa. Esso è il
punto attraverso cui l’iniziato uscirà dalla caverna.
M.
domenica 25 maggio 2014
La caverna iniziatica (parte 6)
Il profano che entra per la prima volta in loggia, lo fa passando per un'apertura molto bassa, come si trattasse dell’ingresso di una grotta. O forse, si potrebbe ipotizzare, tale passaggio è da considerarsi un’uscita dalla caverna, anziché un ingresso? In ogni caso, di passaggio si tratta; così la morte è il passaggio a uno stato successivo, rispetto al quale tale passaggio è visto come nascita.
Guénon fa un’osservazione utile ai fini del discorso sul gabinetto di riflessione, riferendosi al viaggio di Dante attraverso l’Inferno: “questa discesa è come una ricapitolazione degli stati che precedono logicamente lo stato umano, che ne hanno determinato le condizioni particolari, e che debbono anche partecipare alla «trasformazione» che si compie; d’altra parte, essa permette la manifestazione, secondo certe modalità, delle possibilità di ordine inferiore che l’essere porta ancora in sé allo stato non-sviluppato, e che debbono essere esaurite da lui prima che gli sia possibile di pervenire alla realizzazione dei suoi stati superiori”. Anche il gabinetto di riflessione è quindi un viaggio iniziatico, assimilabile al labirinto di cui abbiamo parlato. E analogamente a Dante, i massoni si propongono di scavare oscure carceri al vizio e costruiscono templi alle virtù: essi sono lungo la Via, e questa Via ha una direzione, che dalle profondità della terra porta al Tempio. Tale movimento è dunque necessariamente non solo rettilineo ma, simbolicamente, dal basso verso l’alto.
Guénon fa un’osservazione utile ai fini del discorso sul gabinetto di riflessione, riferendosi al viaggio di Dante attraverso l’Inferno: “questa discesa è come una ricapitolazione degli stati che precedono logicamente lo stato umano, che ne hanno determinato le condizioni particolari, e che debbono anche partecipare alla «trasformazione» che si compie; d’altra parte, essa permette la manifestazione, secondo certe modalità, delle possibilità di ordine inferiore che l’essere porta ancora in sé allo stato non-sviluppato, e che debbono essere esaurite da lui prima che gli sia possibile di pervenire alla realizzazione dei suoi stati superiori”. Anche il gabinetto di riflessione è quindi un viaggio iniziatico, assimilabile al labirinto di cui abbiamo parlato. E analogamente a Dante, i massoni si propongono di scavare oscure carceri al vizio e costruiscono templi alle virtù: essi sono lungo la Via, e questa Via ha una direzione, che dalle profondità della terra porta al Tempio. Tale movimento è dunque necessariamente non solo rettilineo ma, simbolicamente, dal basso verso l’alto.
martedì 13 maggio 2014
La Caverna Iniziatica (parte 5)
Si osserva, a proposito
dell’essere la caverna immagine del cosmo, che la Loggia, oltre ad essere illuminata
interiormente è luogo in cui i lavori si svolgono “al coperto”. Essa è inoltre aperta
alle influenze spirituali: alta fino al cielo e profonda dalla superficie della
terra al suo centro. Anch’essa è quindi immagine del cosmo, con la terra che sorregge
e il cielo stellato che “copre”. Caverna e Loggia presentano insomma numerose analogie, anche se non sufficienti ad affermare una
identità fra i due elementi. Infatti, il tema della caverna compare anche in un
altro punto, in
cui assume un significato diverso e complementare: il gabinetto di riflessione
in cui viene chiuso il recipiendario. Esso viene a volte identificato come
prova della terra; il suo ambiente scuro è rischiarato da una candela; in cui si riflette sulla propria vita passata e sui
simboli di morte da cui si è circondati. Il fratello terribile, d’altronde, annuncia all’aspirante
massone che
sta per essere precipitato in un abisso. La caverna sembra in questa
fattispecie rappresentare la fase del buio e della presa di coscienza della
propria insufficienza, primo passo necessario per il passaggio alla luce; tale
passaggio ricorre simbolicamente con lo svelamento che avviene una volta compiuta
l’iniziazione. D’altronde, anche se collocato in una fase preliminare all’iniziazione,
nel gabinetto si trovano simboli relativi al lavoro iniziatico tra i quali in
particolare uno, la scritta V.I.T.R.I.O.L., preannuncia questo passaggio dal
buio alla luce: si tratta del lavoro di rettificazione, o di sgrossamento, della
pietra, che comporta una discesa nell’interiore e che, nell’essere portato a
termine, permette al compagno di dire che ha intravisto la stella
fiammeggiante. A tal proposito, l’ occultum
lapidem in interioribus terrae, non è forse l’equivalente di quella caverna
del cuore a cui abbiamo già accennato?
mercoledì 7 maggio 2014
La Pasqua, episodio sacro, simbolo iniziatico (parte 2)
Laddove, nei miti di Dioniso e Orfeo ma anche in quello di Osiride e diversi altri, sono le forze infere, titaniche a essere responsabili del sacrificio, nella tradizione indù sono, al contrario, i deva, corrispondenti alle forze angeliche, a sacrificare Purusha, l’Uomo Universale, da cui sono originati tutti gli esseri manifestati e di cui Sayidina Aissa (‘S), il Cristo, è il rappresentante per la tradizione cristiana. Secondo
quest’ultima, infatti, è con il suo sacrificio che egli ha rinnovato la creazione, ovvero ha ricreato l’universo. Quella che può sembrare una contraddizione, lo scambio di ruolo, cioè, tra forze angeliche e infere, rientra perfettamente nella logica del simbolismo tradizionale, dove, a seconda della prospettiva, un
simbolo può avere un duplice aspetto: in questo caso, la stessa funzione si
presenta, a seconda del contesto, come distruttrice o generatrice. Lo abbiamo
visto anche nel post precedente, a proposito del ruolo degli strumenti di
tortura, che servono alla crocifissione. Dipende dall’angolo di visuale in cui
ci si colloca e quello indù si pone a un livello più elevato degli altri sopra
elencati, in quanto prende in considerazione direttamente la volontà divina, in
base alla quale, nel mito di Purusha, l’Uomo Universale si sacrifica di sua
propria iniziativa, con la complicità cosciente delle forze che, in realtà, da
lui non sono distinte ma in lui sono contenute. Il sacrificio primordiale e atemporale
di Purusha è lo stesso dell’Adam Qadmon nella tradizione ebraica, tradizione in
cui la missione del Cristo era radicata, a motivo del suo ruolo di rinnovatore
proprio di quest’ultima.
In alcune raffigurazioni sacre della crocifissione, la rosa che nasce dal sangue versato dal Cristo non si sostituisce allo stesso Cristo al centro della croce, come nel caso dell’emblema rosacrociano, ma fiorisce ai piedi del Legno. In altre parole, sboccia sulla sommità del monte Calvario, il cui nome sembra rimandare direttamente al teschio di Sayidina Adam (‘S), Adamo, raffigurato in altre immagini di questa natura. Si tratta di una tautologia frequente nell’ambito del simbolismo tradizionale. È nel sacrificio cristico, infatti, che viene rinnovato l’uomo vecchio, l’Adamo decaduto, di cui parla s. Paolo. Vi sono poi delle versioni, ricollegate al mito del Graal, in cui il sangue che stilla dalla ferita al costato del Cristo, inferta dalla lancia di Longino, è raccolto in un calice, da cui, peraltro, il simbolo del fiore non si discosta molto. Quest’altra prospettiva consente meglio di comprendere il ruolo di questo sangue versato, che non è infatti altro se non la rugiada celeste o bevanda di immortalità, che il Graal ha la funzione di conservare. D’altra parte, uno dei significati del Graal è anche quello di centro tradizionale che, proprio come un calice, svolge la funzione di deposito della dottrina sacra di una determinata tradizione.
Ora, il centro in questione, per gli ebrei e per i cristiani, è Gerusalemme, proprio la città dove si verifica l’episodio della crocifissione. È quindi Gerusalemme il centro, il Cuore del Mondo, per le tradizioni ebraica e cristiana, e colui che si insedia in questo punto centrale, di cui Gerusalemme è un simbolo - nel punto, cioè, in cui le condizioni che regolano la manifestazione terrestre si intersecano con l’asse che permette di ascendere agli stati superiori, fino all’identificazione con la propria essenza divina - ebbene costui è tale da divenire egli stesso Cuore, Centro del mondo e asse di risalita al Cielo, per coloro che ne riconoscono la funzione. È Gerusalemme stessa, come la terra desolata del re del Graal, a beneficiare della rugiada vivificatrice, rappresentata dal sangue del Cristo, tale da far guarire la ferita da cui lo stesso re era afflitto; altra immagine, come quella del teschio di Adamo, della condizione umana decaduta, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Per tornare all’immagine del Cristo, Cuore del mondo, la ferita al costato è a volte sostituita dalla lettera ebraica iod origine di tutte le lettere dello stesso alfabeto ebraico, così come origine di tutti gli esseri manifestati è colui che, come lo stesso Cristo, ha riattualizzato nel mondo la presenza dell’Uomo Universale. È precisamente da questo punto principiale, all’interno del cuore, che scaturiscono il Sangue spirituale e l’Acqua della Vita, in grado di condurre alla resurrezione, intesa come compimento della Grande Opera alchemica. Concludiamo, infatti, con un’ultima immagine, quella che simboleggia il traguardo dell’Opera stessa ovvero la Pietra Filosofale: un triangolo rovesciato, sormontato da un croce. Considerando che il triangolo rovesciato è un’altra immagine tradizionale del cuore, quanto detto finora permette di trarre le debite conseguenze.
In alcune raffigurazioni sacre della crocifissione, la rosa che nasce dal sangue versato dal Cristo non si sostituisce allo stesso Cristo al centro della croce, come nel caso dell’emblema rosacrociano, ma fiorisce ai piedi del Legno. In altre parole, sboccia sulla sommità del monte Calvario, il cui nome sembra rimandare direttamente al teschio di Sayidina Adam (‘S), Adamo, raffigurato in altre immagini di questa natura. Si tratta di una tautologia frequente nell’ambito del simbolismo tradizionale. È nel sacrificio cristico, infatti, che viene rinnovato l’uomo vecchio, l’Adamo decaduto, di cui parla s. Paolo. Vi sono poi delle versioni, ricollegate al mito del Graal, in cui il sangue che stilla dalla ferita al costato del Cristo, inferta dalla lancia di Longino, è raccolto in un calice, da cui, peraltro, il simbolo del fiore non si discosta molto. Quest’altra prospettiva consente meglio di comprendere il ruolo di questo sangue versato, che non è infatti altro se non la rugiada celeste o bevanda di immortalità, che il Graal ha la funzione di conservare. D’altra parte, uno dei significati del Graal è anche quello di centro tradizionale che, proprio come un calice, svolge la funzione di deposito della dottrina sacra di una determinata tradizione.
Ora, il centro in questione, per gli ebrei e per i cristiani, è Gerusalemme, proprio la città dove si verifica l’episodio della crocifissione. È quindi Gerusalemme il centro, il Cuore del Mondo, per le tradizioni ebraica e cristiana, e colui che si insedia in questo punto centrale, di cui Gerusalemme è un simbolo - nel punto, cioè, in cui le condizioni che regolano la manifestazione terrestre si intersecano con l’asse che permette di ascendere agli stati superiori, fino all’identificazione con la propria essenza divina - ebbene costui è tale da divenire egli stesso Cuore, Centro del mondo e asse di risalita al Cielo, per coloro che ne riconoscono la funzione. È Gerusalemme stessa, come la terra desolata del re del Graal, a beneficiare della rugiada vivificatrice, rappresentata dal sangue del Cristo, tale da far guarire la ferita da cui lo stesso re era afflitto; altra immagine, come quella del teschio di Adamo, della condizione umana decaduta, dopo la cacciata dal Paradiso terrestre. Per tornare all’immagine del Cristo, Cuore del mondo, la ferita al costato è a volte sostituita dalla lettera ebraica iod origine di tutte le lettere dello stesso alfabeto ebraico, così come origine di tutti gli esseri manifestati è colui che, come lo stesso Cristo, ha riattualizzato nel mondo la presenza dell’Uomo Universale. È precisamente da questo punto principiale, all’interno del cuore, che scaturiscono il Sangue spirituale e l’Acqua della Vita, in grado di condurre alla resurrezione, intesa come compimento della Grande Opera alchemica. Concludiamo, infatti, con un’ultima immagine, quella che simboleggia il traguardo dell’Opera stessa ovvero la Pietra Filosofale: un triangolo rovesciato, sormontato da un croce. Considerando che il triangolo rovesciato è un’altra immagine tradizionale del cuore, quanto detto finora permette di trarre le debite conseguenze.
sabato 3 maggio 2014
La Caverna Iniziatica (parte 4)
L’accesso alla caverna corrisponde dunque al
rito di iniziazione; d’altronde, il termine stesso “iniziazione”, nella sua
derivazione dal latino in – ire,
contiene proprio il concetto di accesso. Questo accesso è un addio al mondo
profano; almeno, così spera l’iniziato: egli simbolicamente muore al mondo, ma questa
morte coincide con la sua seconda nascita. Per l’iniziato, la luce esterna e le
tenebre della sua notte interiore subiscono quindi un ribaltamento: l’esterno è
il luogo delle tenebre, il luogo dell’errare di chi si è perso nel labirinto; l’interno
della caverna è invece il luogo in cui cercare la luce. A tal proposito, il
versetto della luce (Corano, 24:35) dice che la luce di Allah assomiglia a “una
nicchia in cui è una lampada”, che arde di un olio “che brilla anche se il
fuoco non lo tocca”. Per costituire un primo parallelo con il simbolismo massonico,
si rammenti che anche la Loggia è
luogo “illuminatissimo”, e che il compagno “ha intravisto la stella
fiammeggiante”, simbolo luminoso.
La caverna, luogo illuminato di luce
propria, per la sua autonomia dall’esterno, è essa stessa immagine del cosmo,
che tutto vi si riflette nella metà superiore e in quella inferiore. Essendo immagine
del cosmo, ossia della manifestazione ordinata, in essa si riflettono le leggi
che presiedono a questo ordine, leggi con cui è dunque possibile entrare in
contatto. A differenza di chi si trova nelle tenebre esterne, dunque,
l’iniziato potrà cercare di comprendere queste leggi e parteciparne
attivamente, anziché patirle. Nel suo significato pieno, ciò equivale a porsi
nel punto di intersezione tra l’asse verticale e il piano umano dell’esistenza:
è portandosi a questo centro che si può entrare in contatto con l’asse e
percorrerlo in senso ascendente. Nella caverna si compirà la maturazione spirituale
fino alla realizzazione dei piccoli misteri, ovvero la rigenerazione psichica
che realizza appieno le possibilità dell’individuo nell’ambito sottile della
manifestazione. Nel microcosmo, essa rappresenta il centro interiore
dell’individuo in cui, alla seconda nascita, succede la realizzazione.
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